L´Ultra-Trail du Mont-Blanc

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Porto il GPS?
Ma no dai, tanto non durerebbe.
Una risposta che contiene molti significati.
Primo fra tutti “A I U T O”, se non puo´ durare la batteria dell´orologio come potrei farcela io?
La linea di partenza e´ gremita di atleti con occhi lucidi ed eccitati, occhi che hanno sacrificato ore ad un piu´ rilassante divano, alla propria famiglia o han ritagliato minuziosamente giorni al piano ferie per essere sulla linea di partenza.
Incomincio a metabolizzare che forse sto per fare la cavolata piu´ grande della mia vita, mi giro e dico: “E´ brutto quando stai per realizzare un sogno”, “E perche´ scusa?”, “Perche´ potrebbe non realizzarsi”: Tamara e´ parte di questo sogno e mi abbraccia dalle transenne per tranquillizzarmi.
L´attesa e´ ancora lunga e inizia a piovere.


Come nelle migliori scene hollywoodiane, la pioggia viene accompagnata da gesti al rallenty degli atleti. Effetto drammatico scelto dal regista? No, solo movimenti lenti e svogliati volti alla ricerca della giacca impermeabile rassegnati ad un cielo commosso.
Mi copro con un sacchetto della spazzatura, penso che con una parvenza di cosi´ basso profilo non faro´ brutte figure.. almeno nella prima parte di gara.
La partenza e´ emozionante e, partiti i trecento top runner, tocca a noi comuni mortali incominciare l´avventura in una lunga passerella fatta di campanacci, incitamenti e strette di mano.
Scopro cosi´ che i miei genitori hanno sempre pronunciato male il mio nome, allez Roberto´ allez!
Incontro alcuni amici, molti fenomeni e molti altri da baraccone in una veloce scia che si snoda nei boschi, bene, ecco i sentieri che preferisco.
Al ventesimo chilometro un infortunio avuto due settimane prima incomincia a farsi sentire e cosi´ il ginocchio pulsante toglie spazio alla mia mente dovendo concentrare gli sforzi sulla gamba sana.
Per fortuna i tratti tecnici sono quasi nulli e la rullata veloce fa sembrare i battiti del cuore il ticchettio costante e presente del cronometro di una partita a scacchi, non dai toni scuri in stile Bergman per carita´, piu´ qualcosa di simile alle partite contro il computer dove sul monitor non vedi che il riflesso del tuo viso.
La notte l´ho immaginata piu´ avvolgente ma la presenza di migliaia di atleti e il frastuono delle tifoserie provenienti da 77 paesi rendono la montagna piu´ amica, meno intima. Da un certo punto di vista mi sento piu´ tranquillo, ho bisogno di sicurezza.
77 sono anche i chilometri che ho percorso fino alle prime luci dell´alba, le stesse luci che mi ricordano di aver saltato il primo ciclo di sonno e che l´arrivo a Courmayeur e´ ormai imminente. Ad attendermi c´e´ Tami, la Santa, pronta a farmi assistenza con una fresca 7 luppoli e una calda maglia termica; alle sue spalle Marco e Melo venuti a fare il tifo: non sono ancora entrato nel clima di gara giusto ma vederli mi ha dato, o forse piu´ semplicemente ricordato, che sono qui per fare sul serio.
Il sorriso di Tamara e´ rigenerante (si´ quel sorriso ai luppoli, esatto) e sono cosi´ carico per affrontare la restante parte di gara.
Si sale al Rifugio Bertone e il dolore, pur sempre presente, lo chiudo in cassetto, lui bussa ma a rispondergli c´e´ solo la voglia di non buttare via mesi di preparazione.
Macino chilometri senza piu´ accorgermene, forse sono i panorami mozzafiato e quei birbanti dei giapponesi a distrarmi. Arrivo al secondo punto di assistenza personale che avevo programmato con Santa Tami: la birra con la calura pomeridiana scende facilmente e un buon piatto di pasta e due battute con l´esimio Luca Bottini danno la finale sferzata di buonumore.
Saluto Champex con davanti gli ultimi 46 chilometri e quattro salite, el paso adelante di un terzetto spagnolo ne rende dolci due ma a malincuore le gambe son costrette presto a salutarli per accelerare sulle due cime seguenti. All´imbrunire davanti a me scene da lazzaretto manzoniano di persone provate dalla fatica con nausea e sforzi esaltati da versi soprannaturali. Prima di affrontare il Tete aux vents i miei genitori mi sorprendono con un grande tifo e mi danno la giusta carica per affrontare l´ultima salita tecnica, ormai manca poco.
Il desiderio di arrivare e´ cosi´ forte che prendo sempre piu´ velocita´, anche se dovessi rompermi qualcosa ormai il mio obiettivo l´ho quasi raggiunto penso tra me e me.
Ho voglia di frappe´ al cioccolato bianco.
E di lasciarmi alle spalle queste fastidiose allucinazioni che mi distraggono continuamente.
Auto parcheggiate, signore anziane dai capelli aggrovigliati, persone che agitano lentamente braccia di balise: solo una seconda e veloce occhiata mi conferma che è frutto di una mente stanca.
Vedo le luci di Chamonix, si´ sono vere!
Percorro il circuito cittadino e si allacciano a me Tami e mia madre mentre mio padre riprende questo ricordo indelebile a video.
Taglio il traguardo ed e´ fatta, ho finito LA gara.

Fonte: Roberto Isolda

Roberto Isolda
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