Il mio VIAGGIO: TDG 2015.

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Tutto incomincia per scherzo, per puro gioco.
Quando aprono le iscrizioni per il Tor io e Armando ci proviamo entrambi, convinta che la sorte bacerà lui (sono cinque anni che ci prova!) e invece come per scherzo, tac… sorteggiata. Noooo non ci posso credere e adesso cosa faccio? Mi devo iscrivere? Ma no, ci penso.
Passano i giorni, amici e parenti mi sfidano dicendomi tanto non ce la fai, tu sei matta, è troppo dura e via discorrendo. Stufa di queste voci fastidiose, due giorni prima che le iscrizione vengono chiuse,
effettuo il pagamento.


Incomincia così il mio viaggio per il Tor. Sì, perchè di viaggio si deve parlare. Non di gara, non di trekking, ma di viaggio perché come ogni viaggio che si rispetti, una volta tornati a casa, una volta disfate le valige, quello che ti rimane sono i ricordi, le emozioni che ti porti dentro, il bello e il brutto che hai vissuto.
Io ci non credevo, per me il Tor era una sfida con me stessa, una gara un po´ più lunga. Invece, durante questi brevi, ma intensi 200 km, dentro di me si è scatenato un uragano, una centrifuga che girava a mille; ho vissuto gioie e dolori, ho resistito al dolore con una forza interiore e una caparbietà che mai avrei creduto di avere. E´ difficile raccontare quello che ho provato e che sento ancora adesso, non ci sono parole. Certe esperienze bisogna viverle di persona. In questi giorni molti compaesani mi hanno fatto domande, i miei genitori, mia sorella volevano sapere, volevano vivere la gara. Io sono riuscita solo a fare una cronaca di gara: il brutto tempo, il fango, il ghiaccio, la notte e il male tremendo al tendine rotuleo.
Dopo una settimana non mi porto dentro niente di tutto questo. Come ho detto il Tor è un viaggio, che io paragono in tutto e per tutto al viaggio più bello che abbia mai fatto: quello in Nepal.
Anche in questi giorni ho conosciuto tante persone, tanti concorrenti con i quali ho trascorso giorni e notti, che mi hanno supportata e incitata, coi quali ho riso e pianto. Non dimenticherò mai l´ ascensione al Col Lauson con Massimiliano, venuto da Rimini, quante risate; o la discesa dal Colle della Vecchia con un ragazzo coreano, ci facevamo coraggio a vicenda, entrambi avevamo le ginocchia doloranti, o Cesare che mi riteneva stoica e un po´ matta per come riuscivo a proseguire nonostante tutto il dolore.
In questi giorni anche l´amore per Armando e Edoardo mi sembrava amplificato, mi sono mancati da morire e ogni volta che li vedevo alle basi vita per me era come rinascere, mi ricaricavo di energia. Io andavo avanti anche per loro, per l´impegno preso e per la promessa fatta al mio cucciolo: la mamma arriverà a casa (base vita di Valtournenche) e poi a Courmayeur.
Al Tor, come in Nepal, quando ho realizzato che il viaggio era finito ho versato lacrime di gioia e di nostalgia per tutto quello che ho vissuto e provato.
Al Tor, come in Nepal, il mio vero viaggio è stato un viaggio interiore unico e irripetibile e ancora adesso piango di gioia e di dolore.
Le bandierine gialle non mi hanno condotto fino a casa, il mio viaggio interiore è rimasto inconcluso e per questo io e il Tor presto ci rivedremo; a Courmayeur gli ho dato il buon giorno, a Gressoney l´ho salutato con un arrivederci.
Il Mal di Tor, o meglio l´amore per le sfide e l´ignoto mi hanno colpite dritte al cuore.

Fonte: Sara Perin

Sara Perin
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