Bettelmatt Ultra Trail

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La stellata è magnifica, in alto sopra la mia testa riconosco il grande e il piccolo carro: la Stella Polare indica il nord ed è la che c´è Riale. Ma è ancora troppo presto per pensare all´arrivo.
La voce dello starter si alza di tono, così come il volume della musica: sembra quasi un sacrilegio interrompere la magia della notte.
Il lungo serpentone di runner si inerpica sul facile sentiero che porta a Canza, il vento inizia a far assaggiare i suoi morsi e i muscoli non vedono l´ora di muoversi per poter generare calore.
La gippabile che porta al lago Vannino è ingannatrice, sembra facile ti invita alla corsa e tu segui il flusso perché ti senti bene, non pensi ancora a quanto ci sarà da fare e sai solo che vuoi vedere l´alba su quelle montagne.


Eccola l´Arbola, fa capolino mentre il lungo falsopiano porta ai laghi del Busin: l´anno scorso ci eravamo rifugiati nella casetta dei guardiani della diga sotto un temporale improvviso, oggi ci passo di nuovo accanto mirando la bocchetta della Valle.
Si cambia valle, entrando nel Devero. Mi accoglie l´entusiasmo di una volontaria nel farci il tifo, sono più o meno le 6 del mattino e il vento di tramontana continuamente strappa il calore dal corpo, invidio il suo buonumore.
Il chiarore da diffuso e tenue diventa palese, spengo la frontale ormai inutile, lo sguardo si riempie della bellezza del lago di Agaro: è la prima volta che mi spingo su questo versante e ne vale la pena.
Via ultimo sforzo per la bocchetta di Scarpia e poi giù al Devero.
Le gambe girano approfittano della facile discesa e arrivo alla piana con troppa baldanza, guardo il garmin capriccioso e mi faccio due conti: da qualche parte ho esagerato.
Mi rifocillo e riparto, ma forse ho aspettato troppi minuti e il mio stomaco non ha gradito: non riuscirà ad alimentarmi correttamente fino al ritorno a casa e in gare come queste conta.
Il bel borgo di Crampiolo ormai è illuminato da sole, ma no non fa caldo e il vento se possibile è ancora più sgradito. A metà del lago una brutta sorpresa: a un bivio la balisa ci fa deviare verso la riva invece che salire al Canaleccio perché un buontempone ha pensato bene di invertire i sentieri. Ritorno sui miei passi avvertendo gli altri concorrenti e appena di nuovo sul sentiero corretto rimettiamo a posto la segnaletica.
La pietraia che porta alla scatta Minoia costringe ad aumentare l´attenzione nei passi e allo svalicamento il primo di una lunga serie di nevai: neanche il tempo di pensare che ho già poggiato le terga sulla coltre bianca, traditrice di amica.
Dopo il primo nevaio il secondo, e come prima anche qui l´approccio non è dei migliori: questa volta la caduta è più secca e scomposta e mentre prima era l´orgoglio ad essere stato colpito, ora, invece, è la spalla sinistra, rimasta bloccata dal mio peso in una posizione innaturale.
Mi rialzo e proseguo, ma non sarà più la stessa cosa: man mano che i chilometri passano il dolore aumenta e non potrò più tanto contare dell´aiuto del braccio sinistro. Pazienza, servono le gambe per correre.
Il rifugio Margaroli è laggiù in fondo, la discesa facile. Le costine attendono. Ah no, non sono ancora cotte, ripassate dopo.
Meglio non pensarci e via verso il passo del Nefelgiù con un´ultima occhiata all´Arbola. Il vallone è lungo e Riale un puntino in lontananza, il sentiero è ingannatore perché gira attorno a qualsiasi dislivello facendotela sembrare ancora più distante. Ma alla fine i piedi sono sul nastro d´asfalto, il tendone mi accoglie. Fame.
Sono stanco, troppo stanco. Non è così che doveva andare anche se lo temevo. Non ho avuto il tempo di fare i lunghi… sto pensando al ritiro, sto pensando alla salita al 3a, sto pensando al rientro dal san Giacomo. Vedo gli altri che ripartono, sono uno stimolo. Non si molla. Si riparte.
Corro, le gambe mi dicono che sul piano si va, ma scordati di forzare in salita. Obbedisco. Il lago di Morasco è terminato, ecco il sentiero per il Mores. A quota 2200m la crisi, anzi il muro. Ci sbatto pesantemente contro il naso. Max mi passa a velocità tripla, dopo mi dirà di avermi visto appeso ai bastoncini. Mi sto maledicendo per non essermi fermato, ma intanto cammino. Ad ogni passo si avvicina il rifugio ma si allontana Riale. Sulla diga riprendo a corricchiare, le gambe si sciolgono un minimo, due amici di ritorno dall´Hohsandhorn mi dicono di non mollare: ci provo.
Il Claudio e Bruno ormai è passato, gli ultimi 200 metri per il 3a sono un calvario, l´aria è sottile ma il vento aumenta ancora la sua furia. Dietro c´è il nevaio da scendere, ci provo ricordando che so sciare, ma se le gambe sono stanche, se il braccio mi fa male, è la testa che sembra essersi staccata: cado e mi rialzo e cado di nuovo,come una marionetta a cui hanno tagliato i fili. La tentazione di scendere sul sedere è tanta, ma preferisco tentare di rimanere in piedi ora che le pendenze sono minori.
Sulla piana dei camosci riprendo a correre, paradossalmente mi sento meglio. Al Bettelmat guardo il sentiero del passo del Gries: è cattivo, pendente e so che già normalmente c´è sempre il vento, quindi oggi in punta sarà ancora più dura. Si sale, ho di nuovo un buon ritmo e raggiunto il colle l´abbraccio dell´aria è come un uppercut, meglio andarsene prima di subito.
Qui le pendenze sono modeste e dopo la morena spunta in lontananza la strana sagoma della capanna Corno, non c´è ristoro, non c´è nessuno. Solo il sentiero che scende e che poi salirà piano ma inesorabilmente.
Ormai sono tranquillo, arrivare arriverò, poi dal passo è tutta discesa, l´ho fatta quest´inverno al ritorno dal Basodino…. solo che quando sbuco dall´altra parte mi vedo il lago di Toggia e l´interminabile strada pianeggiante che lo costeggia: la stanchezza mi ha giocato un brutto scherzo, guardo a sinistra la bocchetta del Kastelhorn, è quella che ho fatto con gli sci, è quella che arriva dritta su Riale.
La delusione è forte, mi siedo un attimo su una pietra, devo raccoglierla e convertirla in qualcosa di utile, se non si trova la motivazione giusta il rischio di saltare diventa reale, ma poi se salto non cambierebbe nulla: l´arrivo è sempre là in fondo e nessuno mi può aiutare.
Mi rialzo e dopo un sorso d´acqua riparto.
A metà del lago saluto gli ultimi volontari, credo anche solo siano stanchi di stare lì al freddo e al vento. Il Maria Luisa è vicino, ormai in ombra, un incitamento strappa ancora un sorriso, c´è un ultimo chilometro di piano, poi il sentiero praticamente dritto.
Si va.
Sento le voci dell´altoparlante, la premiazione femminile. Brava per l´ennesima volta la Miky.
L´ultimo tornante è passato, sono sul rettilineo finale, un po´ di commozione per gli applausi, non guardo né a destra né a sinistra, voglio solo arrivare. Sono sfinito.

Un grazie ad Alberto, che mi ha accolto e raccolto all´arrivo, altrimenti sarei ancora lì a cercare di togliermi zaino e giacca.
A Miky e Max che mi hanno incitato anche se non sono riuscito a né a vederli né a salutarli.
A Max che ha reso piacevole il viaggio di ritorno.

Fonte: Marco Pognant

Marco Pognant
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