Mont Blanc Skyrace

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Sono le 4 e stiamo finendo di bere il tazzone di caffé: ce ne vorrà tanto perché abbiamo 2 ore e mezza di auto per arrivare a Courmayeur.

Già oggi è in programma la skyrace del Mont Blanc, un vertical di oltre 2200m di dislivello dal centro della bella cittadina aostana fino a punta Helbronner dove arriva la funivia Skyway e si può ammirare, tra le tante bellezze, il Monte Bianco e il Dente del Gigante.

Si chiude il garage e si suda, perché nella bassa la temperatura è già oltre i 20 gradi e la canicola non dà

tregua.

Dopo una doverosa sosta all’autogrill per l’ultimo caffé, finalmente abbiamo finito di attraversare la Valle e i numerosi trailer che corrono avanti e indietro ci fanno capire di essere arrivati al ritrovo. Un bacio alla moglie, che si mette alla guida alla ricerca di un parcheggio, una corsa veloce a ritirare il pettorale ed a lasciare casco e indumenti, e sono pronto anch’io a fare un minimo di riscaldamento, ma le parole dello speaker non sono incoraggianti: raga adesso fa’ caldo, ma oggi farà caldo pure in punta.

Ok, cambia poco se non che ringrazio di aver messo un litrozzo abbondante di liquidi nello zaino, tanto non è quel peso che incide sulle mie prestazioni quanto il patir la sete.

Mi metto comodo comodo al fondo del gruppone in attesa, e poi via veloci che i primi tre chilometri servono solo per sgranare le persone.

Infatti mentre intravediamo il piazzale della funivia le scarpette iniziano a saltare sullo sterrato, prima una gippabile, poi un sentiero che taglia un rinfrescante bosco: godiamocelo questo refrigerio che dopo, con il sole sulla schiena, lo rimpiangeremo.

Ecco dopo un’oretta spunta la prima tappa, il Pavillon du Mont Frety, e l’agognato lungo tavolo del ristoro: acqua e frutta giù nel gargarozzo prima di chiedere una foto a un gentilissimo volontario, quattro chiacchiere veloci fanno dimenticare un po’ di fatica.

Ora si prende e si indossa il casco, una nuova esperienza, mai corso prima anche se sono abituato a portarlo in bici o sugli sci: effettivamente è un po’ scomoda la scodella sulla testa, poi non è molto aerato ma quello avevo a disposizione.

Dopo un breve tratto respirabile, la salita diventa veramente da capre: un pratone con pendenze da ribaltamento e una linea dritta multicolore che lo taglia, il gioco si fa duro. Molto duro.

Passo, respiro, passo, respiro, ogni tanto due respiri e saltare il passo che il cuore è già oltre la gola mentre punta Helbronner sembra allontanarsi invece che avvicinarsi. Poi un sussulto, nella concentrazione un’ombra veloce che passa oscurando per un attimo il sole: sono sotto la spettacolare funivia e sto raggiungendo le roccette. Qui recupero una bottiglietta per un ultimo lunghissimo sorso d’acqua, meglio abbondare prima di rimanere a secco.

La salita diventa divertente, le mani si aggrappano dove possono, le corde fisse sono un toccasana e gli angeli (in divisa e non) sono rassicuranti, ti incitano e trovano anche la voglia di fare due parole con chi gli passa accanto.

Ecco l’arrivo della funivia, ma è solo un’illusione, il tracciato passa dentro la stazione e ti ritrovi a dover salire su una scala a pioli e a saltare la ringhiera di sicurezza sulle spalle Mimmo, mai mi era capitata una cosa del genere, e grazie al suo aiuto sono dentro. Via sui gradini degli ultimi interminabili piani, poi il cielo azzurro di nuovo sulla testa e la maestosità del panorama. Ne è valsa la pena.

Marco Pognant
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